![]() Sezione di Livorno e Lucca di Alternativa Libertaria |
||
La grande “innovazione”: meno sapere, più obbedienzaAlessandro Granata Seixas Ogni epoca ha la sua neolingua. Un tempo si chiamavano tagli, disciplinamento sociale, selezione di classe. Oggi invece si chiamano “modernizzazione”, “flessibilità”, “didattica innovativa”, “personalizzazione dei percorsi”. E così, mentre si smantella pezzo dopo pezzo la scuola pubblica, ci spiegano sorridendo che in realtà la stanno “migliorando”. Con la riforma degli istituti tecnico-professionali voluta dal ministro Giuseppe Valditara, la scuola italiana compie finalmente il suo salto nel futuro: meno cultura, meno spirito critico, meno strumenti per comprendere il mondo. In compenso, più azienda, più addestramento e più obbedienza. Del resto, a cosa servono Diritto, Storia, Economia Politica, Geografia, Lingue o Matematica approfondita quando il vero obiettivo è imparare il più presto possibile a sorridere al capo, timbrare il cartellino e adattarsi alla precarietà? L’idea è semplice e geniale: trasformare progressivamente gli istituti tecnici e professionali in una sorta di reparto distaccato delle imprese. Non più scuole, ma centri di pre-addestramento alla subordinazione lavorativa. Una scuola-fabbrica dove si entra studenti e si esce “risorse umane”. Naturalmente tutto viene presentato come una conquista. La riduzione delle discipline diventa “snellimento dei percorsi”. L’impoverimento culturale si trasforma in “didattica concreta”. La subordinazione alle aziende viene ribattezzata “connessione col territorio”. È il solito trucco ideologico: cambiare il nome alle cose per nasconderne la natura. Dietro la retorica del pragmatismo si nasconde infatti un’idea molto precisa di società: ci sono giovani che devono dirigere e giovani che devono obbedire. Ai licei resta ancora affidata, almeno in parte, la funzione di formare le future classi dirigenti: chi parlerà, gestirà, amministrerà. Ai tecnico-professionali invece viene affidato il compito di preparare forza lavoro adattabile, flessibile, possibilmente poco conflittuale e poco incline a fare troppe domande. Perché il problema, evidentemente, non è la precarietà, i salari bassi o il lavoro povero. No. Il problema sarebbe che gli studenti studiano troppo. E allora via con l’alternanza già dal secondo anno, con le aziende che entrano direttamente nella didattica, con i curricoli modellati sulle necessità produttive locali. L’obiettivo non è più formare cittadini capaci di comprendere criticamente la società, ma addestrare lavoratori compatibili col mercato. Docili, adattabili, ricattabili. In fondo è perfettamente coerente con l’epoca. Viviamo in una società dove si ripete continuamente che “bisogna essere competitivi”, mentre i diritti vengono smontati uno dopo l’altro. Una società dove il lavoro è sempre più precario, ma la colpa sarebbe della scuola che non prepara abbastanza alle esigenze delle imprese. Così invece di alzare salari e diritti, si abbassa la scuola. Invece di emancipare le classi popolari attraverso il sapere, si riduce il sapere per adattarle meglio allo sfruttamento. Ed è qui il cuore politico della riforma: togliere strumenti culturali significa togliere capacità critica. Chi conosce meno, contesta meno. Chi è addestrato soltanto a “fare”, fatica a immaginare che il mondo possa essere organizzato diversamente. Per questo il sapere dà fastidio. Per questo una scuola pubblica realmente emancipativa spaventa sempre il potere. Molto meglio una scuola che insegni competenze immediatamente spendibili, magari destinate a diventare obsolete nel giro di pochi anni, piuttosto che una scuola che insegni a ragionare, collegare, comprendere, discutere. La vera tragedia è che tutto questo viene venduto come progresso. Sotto le mentite spoglie dell’innovazione si sta costruendo una scuola sempre più classista: una per chi dovrà comandare, un’altra per chi dovrà eseguire. E mentre chiamano tutto questo “merito”, “eccellenza” e “modernizzazione”, la scuola pubblica perde lentamente la sua funzione più importante: permettere a chi nasce senza privilegi di acquisire strumenti per emanciparsi. Perché una popolazione istruita può diventare difficile da governare. Una popolazione addestrata, invece, molto meno.
|
||